Il Presidente Pasquale Stanzione ha presentato il Rapporto annuale del Garante “Regolare il futuro. La protezione dei dati per un’innovazione antropocentrica”.
Il 2023 è stato l’anno della diffusione massiva dell’intelligenza artificiale, così estesa e veloce da aver indotto mille esponenti delle big tech a suggerire una moratoria sullo sviluppo di questa neotecnologia, ritenuto eccessivamente rapido. Si consideri che circa il 65% dei ragazzi utilizza oggi l’intelligenza artificiale per svolgere i compiti; 2 studenti su 3 avrebbero preparato l’esame di maturità ricorrendo a ChatGPT che peraltro, a quanto pare, non sarebbe riuscita a tradurre correttamente il Minosse, o Della legge, attribuito a Platone.
In Italia, un’impresa su quattro ha già integrato l’intelligenza artificiale nei propri processi produttivi ed entro un anno il 60% delle aziende la utilizzerà nei procedimenti assunzionali.
In ambito sanitario sono molte e sempre più significative le applicazioni di intelligenza artificiale a fini diagnostici, sperimentali, terapeutici. Secondo una recente ricerca, le molecole farmacologiche scoperte mediante l’intelligenza artificiale mostrerebbero un tasso di successo, nella prima fase clinica, pari a circa l’80-90%: una promessa importante per la cura di molte malattie. E a dimostrazione delle straordinarie potenzialità delle neotecnologie, basti pensare che si ricorre già al Metaverso per effettuare visite mediche a detenuti così da coniugare il diritto alla salute con le esigenze di sicurezza.
Agli algoritmi e alla loro pretesa neutralità si affidano decisioni sempre più significative, assecondando la svolta ingiuntiva della tecnica, sempre più demiurgica, predittiva e quindi performativa. Tra gli opposti estremi, entrambi scorretti, del soluziononismo tecnologico scientista e del neoluddismo, si delinea l’obiettivo del prossimo futuro: un governo democraticamente sostenibile della tecnica, che tracci il confine oltre il quale non si può fare tutto ciò che si può fare, ponendo limiti a una volontà di potenza che non ne conoscerebbe e che tenderebbe a spostare sempre più in là la frontiera delle possibilità. Va, dunque, delineato quel “cuore antico” del futuro che àncori l’innovazione a un limite giuridico, politico, sociale, prima ancora etico di sostenibilità.
Se il Garante è potuto intervenire su molti sistemi di intelligenza artificiale (nell’ultimo anno ChatGPT, Sora, Replika) è perché la disciplina di protezione dei dati regola il fulcro dell’intelligenza artificiale: il trattamento di dati personali funzionale a processi decisionali automatizzati e all’addestramento dell’algoritmo. I limiti del webscaping sono stati sottolineati anche rispetto alla riforma fiscale, nel cui ambito il ricorso dell’intelligenza artificiale esige requisiti stringenti di affidabilità ed esattezza dei dati utilizzati per la profilazione del contribuente. Se addestrato su dati anche soltanto parzialmente inesatti, infatti, l’algoritmo restituirà risultati errati in proporzione geometrica, con bias che dalla base informativa si propagano lungo tutto l’arco della decisione algoritmica.
L’anno trascorso è stato determinante per la piena realizzazione del processo di digitalizzazione della giustizia, cui il Garante ha fornito un contributo significativo soprattutto in sede consultiva, rispetto sia al processo ordinario telematico, sia alla costituzione delle infrastrutture digitali per le intercettazioni. I flussi informativi funzionali alla giurisdizione presentano caratteristiche tali da esigere cautele peculiari e garanzie rafforzate nella loro utilizzazione, per la tutela dei soggetti interessati e degli stessi interessi pubblicistici sottesi (si pensi al segreto investigativo o all’autonomia e indipendenza della magistratura). Gli aspetti più delicati, dal punto di vista della protezione dei dati, possono ricondursi a due macroaree: la sicurezza e la riservatezza in senso stretto. Con riferimento al primo aspetto, va ricordato che ogni ipotesi di digitalizzazione determina rischi in termini di sicurezza cibernetica. La sfida della democrazia è proprio nel coniugare la “pietra angolare” del diritti di informazione con la dignità personale: tanto più in un ordinamento dalla vocazione intrinsecamente personalista.
Con riguardo alla digitalizzazione della sanità, sono particolarmente rilevanti le criticità segnalate al Governo rispetto alla difformità riscontrate, tra le varie Regioni, nella realizzazione del FSE 2.0, concepito invece proprio per assicurare omogeneità nelle garanzie di fruizione tra le varie aree del Paese. Diritti fondamentali come quello della salute non possono tollerare garanzie a geometria variabile, con le diseguaglianze ratione loci suscettibili di derivarne. E’ quanto ha recentemente ribadito la Corte Costituzionale nel dichiarare illegittima, per violazione del riparto di attribuzione della potestà legislativa tra Stato e Regioni, una legge regionale volta a legittimare la videosorveglianza nelle strutture di cura, in assenza di norme legislative statali in materia.
Preoccupa l’uso offensivo del web, la diffusione anche tra i giovani di messaggi istigativi, discriminatori nei confronti delle donne o di chiunque sia percepito come “altro-da-noi”, con rivendicazioni identitarie in forma aggressiva. Le stesse caratteristiche socio-tecniche delle piattaforme sono non neutrali rispetto al genere e tali da agevolare o normalizzare atteggiamente sessiti. La rete mostra sempre più un lato oscuro, un suo prestarsi a logiche di sopraffazione che finiscono con il tradirne l’originaria promessa inclusiva. Internet rappresenta così non soltanto il “teatro” della violenza ma anche un suo fattore propulsivo, capace di mutarne forme di manifestazione e implicazioni, per persistenza, pervarsività, emulazione, difficile contenibilità del danno. Si pensi al revenge porn e al shaming effect indotti dalla diffusione in rete di immagini intime che rendono possibile una forma nuova e del tutto singolare di violenza digitale.
La promozione, tra i cittadini, di un’adeguata “coscienza digitale” è una delle funzioni cui il garante ha riservato, anche nell’anno trascorso, una particolare attenzione. Molte altre e di segno diverso sono state le iniziative che hanno consentito al Garante di intervenire sui vari ambiti rimessi alla sua competenza, trasversale e tangente in ogni ambito della vita e della società. La peculiarità di questa Autorità è proprio la poliedricità degli ambiti e delle funzioni che le sono ascritti consentendole così di offrire una tutela ad ampio spettro a un diritto, come quello della protezione dei dati, tipicamente “d’avanguardia”.
Nel 2023, particolarmente significativa è stata l’attività consultiva svolta rispetto all’attuazione delle riforme processuali o in materia d’istruzione, soprattutto in ragione della piena realizzazione della piattaforma “Unica”. Sul tema dello scambio di servizi contro dati, su cui pure si fonda l’architrave della data economy, il Comitato europeo per la protezione dei dati ha chiarito il modello “consent or pay” può ammettersi soltanto in quanto contempli alternative equivalenti non patrimoniali. Perché la monetizzazione del consenso non divenga un modo per rendere la privacy un lusso per pochi. Questi pochi esempi testimoniano la complessa articolazione dei compiti del Garante che, combinando funzioni consultive, regolatorie, decisorie, di controllo e di advocacy, può offrire una tutela davvero integrata alla persona, nel suo rapporto altrimenti impari con la tecnologia.
La collaborazione istituzionale, la relazione costante con i cittadini, la sinergia delle varie forme di tutela offerte, la cooperazione internazionale, l’alto senso di responsabilità nello svolgimento dei compiti affidati al Garante consentono di renderne la prospettiva lungimirante quanto necessaria a comprendere, prima ancora che regolare, una realtà in costante evoluzione, come quella digitale. Soltanto guardando oltre lo stretto orizzonte del contingente si può tutelare un diritto - come quello della protezione dei dati - “inquieto”, perché in costante dialettica con l’evoluzione tecnologica. E’, in fondo, lo sguardo presbite che deve avere il diritto per poter regolare un futuro. Solo con uno sguardo presbite si può regolare un futuro che, per riprendere le parole di Rainer Maria Rilke, “entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada”.